Guglielmo III

a cura di RINALDO MERLONE


Scheda pubblicata in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. LX, Roma 2003.
La presente scheda è stata inserita grazie alla autorizzazione rilasciata dall’ISTITUTO DELLA ENCICLOPEDIA ITALIANA fondata da Giovanni Treccani [Prot. 495/04/DE del 19 novembre 2004] che si ringrazia per la disponibilità.


Conte e marchese, terzo di questo nome, della stirpe degli Aleramici marchesi di Monferrato. Figlio di Oddone di Aleramo e fratello germano di Riprando, nacque nella seconda metà del X secolo. Non si conosce il nome della madre; è probabile che G. avesse due sorelle: Otta (sposa di Oddone, signore di Sarmatorio, Manzano e Monfalcone – presso Cherasco -, madre di Odilo, detto anche Guido, e di Richilda) e Gualderada che possedeva beni nel comitato di Modena. Egli visse, come i suoi antenati, secondo la legge salica.

G. riprende un nome assai noto nella stirpe aleramica: cosi si chiamavano infatti il padre di Aleramo, Guglielmo (I), e uno dei figli di Aleramo, Guglielmo (II), che risulta già morto nel 961.
Nel 991, per volontà del padre defunto, G., con il fratello Riprando, istituì sui propri beni di Spigno (comitato e diocesi di Acqui) un monastero dedicato al Salvatore, a S. Tommaso e a S. Quintino martire. Accanto ai due fratelli agiva lo zio Anselmo con la moglie Gisla.
Da un diploma dell’imperatore Enrico II (1014) risulta che tra il 1000 e il 1014 G. e Riprando, con i figli del marchese Anselmo, avevano donato anche beni all’abbazia di Fruttuaria (comitato e diocesi di Ivrea). La donazione si inseriva nel programma di politica religioso-familiare intrapreso dagli Aleramici e da Olderico Manfredi, segnando per di più un punto di unione con la politica di Arduino o dei suoi successori.
Negli anni 991-1002 G., sempre con il fratello Riprando, donò alla Chiesa di Acqui la porzione di un castello e di una torre lignea, in località Monte Alberto nel territorio di Acqui, con 40 iugeri di terreni coltivabili e boscosi, una frazione di beni e altri possessi che i donatori detenevano in località attigue alla città (“Sabana”, “Montecellum”, “Parandaria”).
La tradizione storiografica aleramica, a partire da G.A. Irico nel XVIII secolo e a seguito di un probabile errore di trascrizione, volle ancora vedere G. impegnato a favore del monastero di S. Maria della Rocca (detto anche di S. Maria di Rocca delle Donne), nel territorio di Camino Monferrato (comitato e diocesi di Vercelli).

Il 23 febbr. 1004 – nel terzo anno del regno di Arduino – G., in qualità di conte e marchese, presiedette, con il cugino Oberto, un placito in Vado riguardante una altercatio tra il vescovo della città ligure e gli abitanti di Noli.

I due accordarono insieme giustizia al vescovo di Vado-Savona, cui nel 991 avevano gia affidato la consacrazione dell’abate di Spigno. È evidente che fino ai primi anni dell’XI secolo due rami aleramici mantenevano in comunione il patrimonio e la gestione del potere marchionale. L’unione di interessi patrimoniali e amministrativi non impedì tuttavia alle due stirpi di assumere atteggiamenti politici contrapposti.

Dopo la morte di Arduino (1014), G., in opposizione ai cugini Oberto e Anselmo, abbandonò l’alleanza con il potere imperiale, che aveva caratterizzato, per più di un secolo, la linea seguita da tutti gli Aleramici, per intervenire apertamente nelle lotte politiche che nel 1016 scoppiarono nell’Italia settentrionale. Si costituì quindi una resistenza armata contro la politica imperiale, rappresentata dal vescovo Leone di Vercelli.

Nella lotta antimperiale oltre a G. intervennero il conte Uberto il Rosso, il marchese Olderico Manfredi di Torino, i figli di Arduino e altri avversari di Enrico II. L’accanimento maggiore non era però tanto fra l’imperatore e i suoi avversari, quanto fra essi e Leone. Con il vescovo di Vercelli militavano anche i marchesi Oberto e Anselmo, i quali aiutarono Leone a espugnare Santhià, dove era impegnato Guglielmo.
La resistenza dei soldati di G. impedì a Leone e ai suoi alleati di riconquistare, nonostante quindici giorni di assedio, la fortezza imperiale di Orba, la cui occupazione aveva determinato un’ostilità sempre più aperta verso l’imperatore. Per vendicarsi dell’attacco di Leone e dei suoi consorziati, G. saccheggiò e incendiò anche la sede vescovile di Vercelli, poi marciò, con Olderico Manfredi, contro Leone; ma, non potendo vincere le forze imperiali, il marchese di Torino consigliò segretamente Leone di togliere l’assedio da Orba, mentre G., d’accordo con Manfredi, avrebbe incendiato il castello. Leone accettò il compromesso, giacché le sue milizie, prese da gran terrore di G., non volevano più combattere. La lotta attorno a Orba terminò cosi con un compromesso: G. giunse con Olderico Manfredi, liberà i suoi soldati e incendiò il castello, mentre le truppe di Leone si ritirarono.

Dopo l’incendio del castello di Orba, Uberto il Rosso e la sua famiglia vennero scomunicati, mentre Olderico Manfredi nel 1026 sembra riconciliato con l’Impero. Non altrettanto può dirsi di G. il quale, proprio in quell’anno, compare nuovamente in lotta contro l’Impero. Vipone narra che Corrado II, sceso in Italia, dopo la Pasqua del 1026 attaccò gli alleati di Pavia – dove si era coalizzata l’opposizione – e in particolare G., il marchese Adelberto cognato di Manfredi e gli altri potenti limitrofi. Dopo aver infierito contro diverse fortificazioni, Corrado mise fine alla lotta, distruggendo il castello di Orba, fatto probabilmente ricostruire dallo stesso G. dopo il 1016.

Nel frattempo i legami tra G. e Olderico Manfredi si erano rafforzati ulteriormente: in un atto di vendita compiuto in Torino nel 1031 dal marchese di Torino e da sua moglie Berta a favore del monastero di S. Solutore si trova infatti la sottoscrizione di G. accanto a quella dei marchesi obertenghi Adalberto e Opizone, fratelli di Berta. Nel 1042 il marchese Enrico figlio di G. sposò Adelaide, figlia di Olderico Manfredi.
Nel 1035 G. risulta possessore, per via ereditaria, delle terre tra il Tanaro e il Po nei pressi di Pavone (Alessandria).
Nei Miracula sancti Bononii si ricorda infine la moglie di G., la contessa Waza, che, scortata da soldati, si recò a pregare sulla tomba di s. Bononio, abate dei Ss. Michele e Genuario di Lucedio (Vercelli).

G. mori prima del 29 genn. 1042, data in cui il marchese Enrico, ricordato, espressamente come figlio del fu G. marchese, fece una donazione alla Chiesa di Torino insieme con sua moglie Adelaide.


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